VIZIO DI FORMA (la recensione): La riscossa del movimento Hippy

Usa, West Coast, Los Angeles, anni ’70, tramonti arancioni e slang sudamericani. Le madri dei quartieri per bene guardano gli hippy con aria di disgusto e di paura per l’incolumità dei propri pargoli mentre innaffiano le rigogliose begonie sul porticato; mariti in divisa  che  apostrofano e picchiano giovani barbuti indifesi all’ombra di vicoli polverosi.

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Erano anni in cui l’espansione del movimento degli hippy, paladini della critica nei confronti del modello capitalista occidentale, si scontrava con l’ideologia della medio-alta borghesia pronta a impugnare manganelli e armi per proteggere la propria realtà, protetta da bianchi steccati.

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Larry Sportello, chiamato Doc, (interpretato da Joaquin Phoenix) ha deciso di schierarsi da quella che allora veniva definita “the wrong side of the street” (la parte sbagliata della strada). Doc, detective privato, tra una sigaretta corretta e un siesta, risolve casi di omicidi, tradimenti e debiti irrisolti.

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Sarà il ritorno della sua ex, Shasta (Katherine Waterston) a stravolgergli ulteriormente la vita. La donna vuole infatti evitare che, il miliardario Mickey Wolfmann, suo amante, venga internato dalla moglie e dall’amante di quest’ultima. Doc accetta di aiutarla.

Tentando di risolvere il caso, si troverà inconsapevolmente coinvolto in diverse vicissitudini accomunate da un minimo comun denominatore: le droghe, sia esse pesanti che leggere; e le donne.

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Sotto l’effetto delle sostanze psicotrope che assume con regolarità e stravaganza (lo vedrete attaccato a una bombola d’ossigeno), Doc manda avanti le sue indagini e le situazioni in cui si trova sono talmente surreali che a volta è difficile distinguere se le stia realmente vivendo o se sono frutto di un suo personalissimo trip mentale.

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Il film, settima opera del regista Paul Thomas Anderson, è tratto dal romanzo di Thomas Pynchon ed è un gran bel prodotto cinematografico per diversi aspetti. La fotografia vista in “Vizio di forma” è una delle più originali degli ultimi anni. Anderson usa le tinte calde e fosche del western per rappresentare le afose coste californiane creando un effetto “fumetto” che aiuta lo spettatore a immedesimarsi con la visione offuscata e caotica del protagonista, Doc appunto.

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Inoltre, nonostante la trama sia confusa e ricca di andirivieni, “Vizio di forma” è un anche un documentario perché ci dà una visione di quegl’anni e delle lotte ideologiche e sociali che sono avvenute: poliziotti razzisti, pregiudizi nei confronti di chi porta i capelli lunghi,  droga in tutte le sue declinazioni, capi di dipartimento corrotti, importazione di cocaina dal Sud America.

Interessante anche la colonna sonora e la scelta dei personaggi, eccezion fatta per Owen Wilson, interprete di Coy Harlingen, che sembra un po’ la nota stonata di un’orchestra che suona all’unisono.

Ricordiamo che “Vizio di forma” ha ottenuto due nomination agli Oscar 2015: Migliore sceneggiatura non originale, Migliori costumi a Mark Bridges.

A cura di Salvatore Giannavola

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