Il caso Spotlight(6 nomination agli Oscar): lo scandalo visto da lontano

Durata: 128 min

Genere: thriller, storico, biografico, drammatico

Regia: Tom McCarthy

Attori:  Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, John Slattery

Il caso Spotlight del regista Tom McCarthy, si presenta al pubblico  con un curriculum di tutto rispetto. Infatti, vanta  6 candidature agli Oscar: miglior film, miglior regia, miglior attrice non protagonista, miglior attore non protagonista, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio.

Spotlight narra della vera storia del team di giornalisti investigativi del Boston Globe che nel 2002 ha rivelato al mondo la copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica sugli abusi sessuali commessi sui minori da oltre 70 sacerdoti locali, in un’inchiesta premiata con il primo Pulitzer.

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Se consideriamo il supporto dell’Academy, l’importanza sociale dei contenuti, un cast stellare con Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams(tanto per citarne alcuni); sembra proprio che Spotlight abbia tutte le carte in regola per appassionare, sconvolgere, spettinare il pubblico. Qualcuno lo amerà, altri invece lo odieranno.

Questa è la copertina, il trailer mediatico che fa da apripista al lancio del film. Mi dispiacerà deludervi, tuttavia, Il caso Spotlight  rappresenta, secondo il mio punto di vista, un’occasione mancata. Molto probabilmente otterrà la vittoria in  almeno la metà delle categorie per le quali è candidato agli Oscar, ma rimarrà un classico esempio di strumentalizzazione di un piaga sociale, manipolata e romanzata per  generare guadagni: avete mai visto un quadro fatto solo di cornice?

La pedofilia nel mondo ecclesiastico è un tema molto delicato  e bisogna riconoscere che il regista è stato bravo nell’aver trattato con perizia e con competenza contenutistica tutte le vicissitudini di questa triste pagina del clero d’oltreoceano, ma questo non basta. Se c’è un reato ci sono anche delle vittime e dei carnefici; in questo film le due figure assumono profili aleatori. Come se gli addetti ai lavori non si fossero voluti sporcare le mani con le lacrime e con il sangue di chi, purtroppo, si è arreso agli abusi o di chi continua a pagarne le conseguenze nel silenzio. Sono veramente pochi i momenti in cui le vittime e i mandanti di questi soprusi ricoprono un ruolo principale all’interno del plot. Il film si dilunga nel descrivere la cornice, tralasciando, quasi dimenticando, le tinte accese e i soggetti straziati di un quadro terrificante.

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 È un film d’uffico nel pieno significato del termine. Le vittime, coloro che avrebbero dovuto rappresentare i veri protagonisti di Spotlight, assumono un ruolo puramente marginale, così come i vescovi e i preti responsabili delle mostruosità corporali e burocratiche messe in atto. Scartoffie, centralini impazziti, corridoi di tribunali, riunioni editoriali e caffè bollenti poggiati su scrivanie disordinate non possono essere i fulcri di una sceneggiatura che tratta di reati a sfondo sessuale su minori.

In un oceano di mediocrità, spicca la prestazione attoriale di Mark Ruffalo, perfettamente a suo agio nel ruolo di reporter stropicciato apparentemente inaffidabile, ma caparbio e fedele alla sua funzione di paladino della carta stampata. Ruolo che potrebbe regalargli una statuetta come miglior attore non protagonista.

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Il successo al botteghino non deve escludere la crudezza e l’autenticità dei contenuti e viceversa. In questo caso si è preferito attingere dalla realtà a dosi centellinate, a favore della classica formula di successo preventivato.

Spotlight è indubbiamente un progetto corale, recitato da ottimi attori che hanno interpretato  con perizia e professionalità i ruoli assegnati, ma è anche un film burocratico,  piatto, chiuso in se stesso, ridondante,  macchinoso, privo di pathos che non rende giustizia al dolore e alle sofferenze di migliaia di vite rovinate dall’omertà e della subdola ambiguità di una casta che da due mila anni a questa parte si è macchiata di tanti, troppi crimini che sono rimasti lì, in un limbo di condanne smorzate e vite annullate. Occasione sprecata, un film molto ben impacchettato che al di là di sparuti picchi emozionali, verrà ricordato per  un frenetico via vai di bravissimi reporter  divisi tra tribunale, curia, famiglia e redazione.

Di Salvatore Giannavola

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