Instagram Stories: la quotidianità condivisa

Ho appena pubblicato la mia ultima Instagram Story e sono perplesso, a dire il vero lo sono sempre di più ogni volta che lo faccio.

Ma allora perchè continui a farlo?

Ecco, infatti. Me lo chiedo anch’io. La verità è che sento di aver perso la necessità di porre un filtro tra la mia quotidianità e il mondo cercando di non imbrattare la mia #webreputation.

#WebReputation….di cosa stiamo parlando?

Abbiamo impiegato una vita per costruirci una reputazione, o meglio ci hanno fanno credere in questo intoccabile totem etico da salvaguardare. C’è chi ci ha rinunciato da tempo, c’è chi ci crede ancora e continuerà a farlo per sempre.

Oggi, però, si è aggiunto un altro coefficiente di difficoltà: la Web Reputation. Ogni giorno pubblichiamo post, foto e stories. Ci dimostriamo sempre più aperti e disponibili nel condividere cosa mangiamo, dove andiamo, cosa facciamo, con chi, ed eventualmente, se non abbiamo proprio nulla da fare, c’è sempre uno sfondo coi gattini da pubblicare…basta un hashtag qualsiasi e un’icona a tema ed il gioco è fatto.

Con l’ego sazio, ritorniamo alla vita reale ma solo per poco… Il primo pensiero sarà quello di vedere quante persone stiano vedendo la nostra storia e soprattutto chi. Alla spasmodica ricerca di approvazione dall’esterno, non ci curiamo degli effetti a lungo termine delle nostre sconclusionate pratiche digitali.

Potrai anche essere un professionista affermato della piccola e media impresa locale, ma che vantaggio ottieni pubblicando una Story che ti ritrae mentre tracanni l’ennesimo Negroni spiaggiato su divani di pelle rossa, con l’audio distorto di Cold Waters di Justin Bieber come colonna sonora del tuo fantastico venerdì sera?

PS: Nel frattempo ti avvicini sempre di più agli anta. Enti, Enta..sono suffissi che non ti appartengono più.

Questo post sembra scritto da mio padre

Sarà, però ricorda: magari tuo padre non sa nemmeno cosa sia una Instagram Story (o forse sì, ne pubblica una all’ora, il cane è ormai stremato), tuttavia, c’è sempre un fondo di verità nelle parole di chi critica l’eccessiva digitalizzazione di oggi pensando alla socialità criptica e morigerata di un tempo.

A meno che tu non sia un blogger, un influencer, un reporter, un giornalista o un’azienda, pensandoci bene, i motivi validi per i quali decidiamo di aprirci al nostro audience elargendo briciole di personale quotidianità, sono pochi-o almeno, secondo il mio punto di vista, sono soltanto alibi di cui noi ci serviamo per giustificare determinati comportamenti digitali, che con il senno del poi risultano un tantino inappropriati.

Senza troppi giri di parole:

Abbiamo trovato il modo legale di farci i C###I degli altri e ci piace un botto.

E arriviamo al nocciolo della questione. Partiamo da un presupposto: al momento, siamo in grado di identificare chi ha visto la nostra Story, ed è questo forse il primo motivo che si spinge a condividerle.

Il fatto che Laura M. o Filiberto S., abbiano visto il nostro contenuto ci inebria di autostima e ci spinge ad andare avanti e a pubblicare un’altra storia; questa volta oltre a Laura M. e Filiberto S., si aggiunge Mara T., la compagnia del liceo che ti snobbava e che adesso non si perde neanche una storia delle tue. Poi è la volta di Gianluca P e tu, cara instagrammer compulsiva ti sciogli. Troverai un giorno il coraggio di parlare con Gianluca P., e soprattutto, Giancluca P., è realmente interessato a te o continua sbirciare nel tuo mondo solo per capire quanto tu sia disperata-o. Perchè sia chiaro, stiamo parlando di un fenomeno trasversale che riguarda parimenti uomini e donne.

Ma c’è una ragione ben più interessante: e se l’obiettivo unico delle nostre Storie fosse quello di sentirci autorizzati a guardare le Stories degli altri?

Rifletteteci su.. La frequenza delle nostre condivisioni potrebbe essere direttamente proporzionale al numero di Stories che visualizziamo.

Se così fosse, la questione si fa interessante: utilizziamo la nostra privacy a piccole dosi, a mo di gettoni per barattarla poi, con altrettante dosi di privacy messe a disposizione dagli altri utenti con il medesimo scopo. Abbiamo creato una sorta di mercatino delle pulci in cui poter scambiare le nostre insicurezze.

E se non ci fosse nulla di male?

In realtà non mi sono mai posto questo quesito perchè per quanto mi concerne, e chi mi segue o mi conosce lo sa già, il mio utilizzo dei social è per lo più legato alla condivisione di quello che faccio, scrivo, vedo o ascolto. Il mio lavoro non mi consente di porre una netta linea di demarcazione fra il pubblico e il privato. Nel senso che non esisterei lavorativamente parlando se non avessi, sin dal principio, accettato questo compromesso.

Al di là della mia esperienza personale, potrebbe non esserci nulla di male, sicuramente. La verità sta nel mezzo…il buon senso è d’aiuto. Le Stories non sono il diavolo ma vanno gestite con cura, evitando di condividere lati del nostro privato che faremmo meglio a tenere per noi o a vivere con le persone alle quali teniamo senza alcun filtro.

Oggi come tira il Trend?

Facebook ci ha adescati su Instagram tramite le #stories, ed adesso ci porta di nuovo qui; in fila indiana, a testa bassa.

Ignare cavie digitali.

Continuiamo ad abboccare seguendo la corrente.
Onda su onda.

N.B: Queste sono le memorie postume di un internettologo in hang-over da sabato sera. Prendetele come tali… oppure no.

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